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Donne
01 luglio 2011 - 31 luglio 2011
Autore: Wanda Richter Forgách
A cura di: Associazione Culturale Asilo Bianco

Testo critico di Francesca Gattoni, Asilo Bianco

Le figure che ritrae nelle sue opere Wanda Richter-Forgach lasciano trasparire un vissuto molto forte, probabilmente troppo ingombrante per essere scivolato via senza lasciare tracce. Lo si percepisce dai visi stanchi delle donne avvolte in morbidi drappi bianchi, panneggiati come pepli classici la cui lucentezza viene amplificata dagli sfondi cromaticamente saturi, con i quali l’artista esalta i toni degli incarnati. Queste “bagnanti” contemporanee hanno sostituito alla scherzosa conversazione di Renoir il silenzio, la riflessione; una riflessione che le estranea dal tempo, le sospende in uno spazio indefinito, sia mentale che fisico, non ci sono sedie, né panche, eppure la posa è quella che assumerebbero all’interno di un bagno turco, magari lo stesso, a distanza di più di un secolo, in cui Ingres ritraeva i suoi nudi. I corpi sono imponenti, sovrastano la tela e lo spettatore, racchiudono in sé la forza del  principio femminile.

La Richter-Forgach sollecita continuamente la memoria dell’osservatore, il tavolino bianco, rotondo, bordato di ferro è lo stesso del 1901, l’anno in cui Pablo Picasso, durante il suo secondo soggiorno parigino, ritrae La Bevitrice d’assenzio esplorando il tema della solitudine attraverso l’isolamento dei personaggi che contagia e si estende a tutto l’ambiente. Anche in (titolo opera) la donna seduta al tavolino di una gelateria è sola, troppo impegnata nella conversazione al cellulare per accorgersi di ciò che succede attorno a lei, non si accorge nemmeno che il suo interlocutore la sta osservando dall’esterno del locale, riflesso nella vetrina. Sostituzione politically correct della Fée Verte, fata verde, bevanda tanto cara ai decadentisti ottocenteschi, con una meno sconveniente coppa di gelato, che occupa il centro del quadro.

Il gioco di specchi ricompare anche in altre opere, in cui, nonostante i soggetti siano in apparenza degli interni, le vere protagoniste, ancora una volta, si rivelano essere le donne, anzi, la loro assenza che prende corpo nell’immagine riflessa, messa in relazione con un simbolo, che sia questo un pesce rosso rinchiuso in una prigione di vetro, affascinante ma pur sempre di reclusione si tratta, oppure che si tratti di un lilium dagli intensi toni rossi, lo stesso giglio nato da una goccia di latte caduta del seno di Giunone mentre allattava Ercole e che, per i cristiani, è diventato invece simbolo di purezza e di castità. In quest’ultimo caso è evidente il richiamo al legame che unisce la simbologia del fiore a quello della sensualità e della sessualità femminile.

Eva è il nome che Adamo, primo uomo di cui si parla nella Genesi, ha dato alla sua compagna, dopo averla chiamata semplicemente “donna”: “Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne! Sarà chiamata isshah (donna) perché da ish (uomo) è stata tratta”. E dalla Bibbia passa alla figura di una Vergine trafitta da sette spade, sette come i vizi capitali, e un cuore sanguinante…il Sacro Cuore… che dialoga con la Madonna con il Bambino, statua lignea affine ai modelli importanti nel territorio tra Verbano e Cusio da uno scultore milanese di grande fama, Bartolomeo Tiberino, Madonna-Madre che colpisce la fantasia dell’artista in un pomeriggio amenese.

Eva è anche il titolo di due opere dell’artista tedesca; Eva, letteralmente colei che dà la vita, si trasforma in una guerriera, cade nel fango ma è capace di rialzarsi con più forza e determinazione di prima, si risolleva infatti con una sorta di armatura che le protegge il braccio sinistro, le ginocchia, il polso destro, è diventata gigantesca, al punto da sovrastare torri medievali e ruderi della classicità.

L’artista è capace anche di grande ironia, quando ad esempio una casalinga non troppo disperata disseta piccoli mostriciattoli da giardino, degni dei migliori romanzi fantasy, in tacchi a spillo oppure quando ritrae una valchiria al servizio di Odino atipica, che invece di cavalcare un cavallo alato, o forse secondo la traduzione dall’inglese antico un branco di lupi, con elmo e lancia si lancia in una corsa sfrenata a cavalcioni di una lumaca dal guscio lilla in pan dan con l’abitino fucsia, tocco estremo di vanità femminile, cose da donne.

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